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Quando si parla del Tour de France si parla della corsa a tappe di ciclismo su strada più importante e gloriosa del pianeta, una grande boucle (ovvero un grande anello) che ogni anno a luglio si snoda attraverso la Francia e i paesi limitrofi per circa 3.500 chilometri, regalando tre settimane di pura passione sportiva. Tenuto a battesimo nel 1903 grazie alla spinta del giornale «L'Auto» guidato da Henri Desgrange, oggi viene organizzato dall'Amaury Sport Organisation. Rientra, insieme al Giro d'Italia e alla Vuelta a España, nella triade dei Grandi Giri del calendario internazionale UCI World Tour, gestito dall'Unione Ciclistica Internazionale quale organo mondiale del ciclismo.
La carovana si dipana in ventuno tappe spalmate nell'arco di ventitré giorni, con due giornate dedicate al riposo. Ogni tappa costituisce una sfida a sé, con il proprio vincitore di giornata, mentre ciò che pesa davvero per la classifica generale è il tempo complessivo accumulato: chi alla fine ha consumato meno minuti porta a casa la vittoria assoluta. Si pensi a uno sprint di gruppo a Bordeaux o a un arrivo in volata a Tours, ossia alle tappe pianeggianti, pane per i denti dei velocisti; si pensi poi a un colpo di reni su uno strappo nelle Ardenne, ossia alle tappe collinari per i cosiddetti puncheur, corridori esplosivi sugli strappi brevi; si pensi infine a una scalata interminabile verso un colle innevato, ossia alle tappe di alta montagna che si arrampicano sui Pirenei, sulle Alpi e talvolta sui rilievi del Massiccio Centrale, del Giura e dei Vosgi. Ci sono infine le cronometro, individuali o a squadre, dove ogni corridore o team se la deve vedere solo con l'orologio, come un duellante davanti a uno specchio. Le salite più toste, fra cui l'Alpe d'Huez, il Col du Tourmalet, il Col du Galibier e il Mont Ventoux, sono ormai roba da leggenda e ogni anno richiamano lungo le strade milioni di appassionati.
Perché proprio quel colore acceso svetta in testa al gruppo? Il vero emblema della corsa è la maglia gialla, il maillot jaune, che veste le spalle del primo della classifica generale, con un colore scelto in ragione della carta gialla su cui usciva stampato «L'Auto». Al suo fianco esistono altre classifiche con le rispettive maglie, ormai pezzi di culto del ciclismo: la maglia verde per la classifica a punti, la maglia a pois rossi per il miglior scalatore e la maglia bianca per il miglior giovane sotto i 26 anni. Tale articolato sistema di maglie distintive, affiancandosi al maillot jaune e completandone il significato simbolico, consente di premiare nel corso delle tre settimane di gara le diverse anime del ciclismo professionistico, riconoscendo ai velocisti impegnati nelle volate e ai traguardi volanti intermedi il primato nella classifica a punti, assegnando agli scalatori che si arrampicano sui colli catalogati per categoria fino alla durissima hors catégorie (cioè fuori categoria, oltre ogni classificazione) il Gran Premio della Montagna, e tributando ai corridori più giovani affacciatisi per la prima volta ai vertici il riconoscimento riservato a chi non ha ancora compiuto i 26 anni. Esistono inoltre il premio della combattività, destinato al corridore più scatenato all'attacco, e la classifica a squadre. Al fanalino di coda della classifica generale tocca invece il nomignolo scherzoso di lanterne rouge, la lanterna rossa.
Le formazioni al via di solito sono ventidue o ventitré, ognuna formata da otto corridori, per un totale che rasenta i duecento atleti al via. Il ciclismo è uno sport individuale ma con un'anima fortemente collettiva, come un'orchestra in cui il solista non potrebbe brillare senza il sostegno dei suoi musicisti: attorno al capitano si danno da fare i gregari, o domestiques, facendogli scudo nel gruppo, detto plotone o peloton, passandogli borracce e viveri, riaccompagnandolo dopo una scivolata o un guasto meccanico e tirando l'andatura per tenere in pugno la corsa. Si immagini un drappello di cinque o sei uomini che, a venti chilometri dal traguardo, allunga il passo staccandosi dal grosso del gruppo come una freccia scoccata dall'arco: questa è la fuga, vale a dire il tentativo di un manipolo di corridori di sganciarsi dal plotone, una delle mosse più avvincenti, capace talvolta di regalare vittorie di tappa scolpite nella memoria. Ogni squadra è capitanata dal direttore sportivo, che segue la gara dall'ammiraglia e parla via radio con i suoi uomini, come un regista che sussurra istruzioni agli attori in scena.
Il tracciato si rinnova ogni anno alternando senso di marcia orario e antiorario, pur conservando alcuni pezzi fissi: la prima tappa è il Grand Départ (cioè la grande partenza), spesso ospitato pure oltreconfine in città straniere disposte a sborsare soldi per accaparrarsi l'evento. Il traguardo finale, invece, si tiene per tradizione sugli Champs-Élysées a Parigi, con il giro d'onore del vincitore e la classica volata dei velocisti sotto l'Arco di Trionfo. Le squadre accolgono i corridori al raduno di partenza, il villaggio di partenza, vero crocevia tra atleti, stampa, sponsor e pubblico. Lungo il percorso sfila la carovana pubblicitaria, un lungo serpentone di mezzi sgargianti che, come un fiume in piena di colori e musica, precede il plotone di un'ora e mezza scaraventando gadget agli spettatori: una trovata degli anni Trenta divenuta pezzo integrante dello spettacolo.
Il vincitore della classifica generale si vede consegnare la Coupe Omnisports dalle mani del Presidente della Repubblica francese e si porta a casa premi in denaro che si sommano a parecchi riconoscimenti minori, come il Souvenir Henri Desgrange, destinato al primo che mette le ruote sulla cima più alta del Tour, e il Souvenir Jacques Goddet, intitolato al successore di Desgrange. Tra i corridori più vittoriosi di sempre brillano Jacques Anquetil, Eddy Merckx soprannominato il Cannibale, Bernard Hinault e Miguel Induráin, tutti capaci di mettere a segno cinque trionfi; in epoca recente hanno fatto la voce grossa più volte Chris Froome, Tadej Pogačar e Jonas Vingegaard, mentre Mark Cavendish si è preso lo scettro per numero di vittorie di tappa, scavalcando lo storico primato di Merckx.
La corsa è stata messa in pausa soltanto durante le due guerre mondiali, dal 1915 al 1918 e dal 1940 al 1946, e nel 2020 è stata spostata ad agosto per via della pandemia di COVID-19, la malattia da coronavirus che ha bloccato il mondo. La sua storia porta anche cicatrici amare, come la morte di Tom Simpson sul Mont Ventoux nel 1967 e le numerose vicende di doping che l'hanno attraversata per decenni, dal caso Festina del 1998 fino alla radiazione di Lance Armstrong nel 2012, spogliato di tutti e sette i titoli conquistati tra il 1999 e il 2005. Da quel momento i controlli antidoping, il passaporto biologico e i test ematici sono finiti al centro della scena per tenere in piedi la credibilità dell'evento.
Il Tour è inoltre un fenomeno culturale e mediatico di stazza planetaria: arriva sugli schermi in quasi duecento paesi, fa il pieno di miliardi di spettatori televisivi nel corso delle tre settimane e calamita lungo le strade milioni di tifosi che spesso piantano le tende per giorni aspettando il passaggio dei corridori. Riprese da elicottero, motociclisti con telecamera e commenti tecnici raccontano ogni metro di gara, trasformando la corsa in una vetrina coi fiocchi, simile a un grande spot a cielo aperto, per le città di partenza e di arrivo, disposte a sganciare cifre da capogiro pur di ospitare una tappa, e per gli scenari della Francia, dalle coste della Bretagna ai vigneti di Bordeaux fino alle gole della Provenza e ai tornanti alpini. Accanto alla corsa maschile oggi va in scena anche il Tour de France Femmes, riservato alle donne. Per chi vuole seguire ogni dettaglio, tappe, classifiche e squadre, il punto di riferimento resta sempre il sito ufficiale della corsa.